da Spinelli a Macron

(di Angiolo Bandinelli)

“Macron? Chi è costui?”. Fino a pochi giorni fa avrei potuto ripeterlo anche io, sulle orme del Manzoni. Poco attratto dalla politica francese, non conoscevo nemmeno il suo nome. D’un tratto, le luci della ribalta politica me ne hanno rivelato il volto e raccontato la storia. Ho cominciato ad interessarmi di lui, e non solo per curiosità.

Posseggo una copia della edizione originale del”Manifesto di Ventotene”, stampata in Svizzera. La presi nella sede del Movimento Federalista Europeo. Il mio europeismo era nato però, assai prima, da un articolo letto su uno dei giornaletti clandestini che distribuivo ai tempi dell’occupazione tedesca a Roma. Quando decisi di interessarmi un po’ di politica, mi fu naturale recarmi a Piazza Fontana di Trevi, la sede del M.F.E. Lì ho lavorato con Altiero Spinelli e Ursula e lì incontrai una serie di giovani (compreso Marco Pannella) che sono restati poi i miei amici di sempre.

Oggi leggo con qualche riserva il “Manifesto”, ma il nucleo centrale, il superamento degli Stati nazionali, si è rafforzato e arricchito con la lettura di alcuni classici dell’idea federale, in primo luogo i “Federalist Papers”, la raccolta degli 85 articoli e saggi scritti — sotto lo pseudonimo di Publius — da Alexander Hamilton, James Madison e John Jay per dare una solida base teorica alla ratifica politica della Costituzione americana, che avvenne effettivamente alla “Convention” tenutasi tra il 25 maggio e il 17 settembre 1787 nell’Independence Hall di Filadelfia con l’obiettivo di riformare gli Articoli della Confederazione, fino ad allora in vigore tra i 13 Stati nati di fresco dalla guerra di liberazione dal dominio inglese. Al di là della contingenza per cui vennero stesi, io considero quei saggi come il più grande testo di teoria costituzionale dell’epoca moderna, il vero antidoto alla teoria machiavelliana del potere come emanazione del Leviatano dello Stato nazionale. I saggi delle “Federalist Papers”, figli di una cultura illuminista e razionalista, pongono in essere un sistema di “check and balance” dinamico ed efficace tra le diverse strutture della compagine federale. Il mio, dunque, non è un federalismo contingente, dettato da occasionali urgenze o convenienze, ma una scelta etico-politica con profonde radici. L’ho vista incarnarsi nel Movimento politico creato da Spinelli (ed Ernesto Rossi), oggi la vedo dissiparsi nella generale incomprensione del dramma della globalizazne e nella generale incapacità di contrastarne gli effetti negativi e costruire entità poltiche adeguate alla governance del nostro tempo e dell’uomo 2.0.

Ritengo che le classi politiche nazionali, almeno quelle europee, siano inadeguate, incapaci di una visione ampia e profonda delle urgenze che gravano sul Vecchio Continene. Per questo mi ha interessato la comparsa, sul palcoscenico politico francese, di Emmanuel Macron, che sfida lo “chauvinisme” della Le Pen proprio sul terreno dell’Europa. E persino con buone chance di successo.

Ritengo che le classi politiche nazionali, almeno quelle europee, siano inadeguate, incapaci di una visione ampia e profonda delle urgenze che gravano sul Vecchio Continene. Per questo mi ha interessato la comparsa, sul palcoscenico politico francese, di Emmanuel Macron, che sfida lo “chauvinisme” della Le Pen proprio sul terreno dell’Europa. E persino con buone chance di successo.

La curva per Macron — grazie a Francesco Maselli

Ma sul tema “teorico” — quindi sostanziale — del federalismo mi piacerebbe poter dire, e fare, di più. Per inciso, e per concludere, Marco Pannella non era un federalista “istituzionale”, ma le sue campagne sui “diritti civili” erano collimanti con le mie idee.


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